



















aam 2010
Quasi un cenno cromatico si distende dalla sobrietà indifesa della linea. Un approccio tenue e frammentato, arcano e sfuggente, tremulo, disperso in una adulazione colma di stupore. Eppure sulla malta emotiva di Ernesto Tavernari, addensata con forza sulla superficie pittorica, germinano, fluttuanti e impalpabili, occhi vagoli e colmi di sogno, sottratti ad una umanitàaffascinata dai molti orizzonti dell'inconoscibile; lasciano, infatti, disperse sul selciato degli anni, le tracce di estenuanti cardini geometrici, di unzioni emozionali, appena impercettibili sussurri. In "Vettore per il Paradiso", un olio del 1998, l'equilibrio delle masse cromatiche gioca tutte le sue astuzie: s'alza e si condensa in una sorta di triangolo fluorescente posto in vetta al mondo, pronto a travalicarlo, a raccogliere nella sua ampia faretra di ricordi tutto ciò che la pittura è stata per Ernesto - sin dal suo lontano apprendistato all'Accademia di Brera (raffinato copista dei grandi Maestri) sospinta da un costante interrogativo e agitata dai 'perché' sulla necessitànon procrastinabile del dipingere. Una ventata di spontaneo e interiore surrealismo si accentua nel suo percorso, ora scompaginato da stilemi informali, da matrici post-futuriste, ma soprattutto, diremmo (e senza esitazione), che la personalitì la fisionomia pittorica egli se l'è plasmata con nativa vocazione sin dalla giovinezza. Nelle tele dei tanti "Centro cittâ (opere, queste, degli anni Ottanta), compenetrate di azzurri, rossi, gialli, lilla e resi sostanziosi dalle terre, avvolti in maglie rossastre, in spirali, in celesti aggrumati, in bianchi folgoranti o attraversati dalla fuga decisa della china, il 'target' di questo artista (nativo della folgorata 'lucentia', Lucca, e milanese di adozione, innamorato della poesia e in particolare delle terzine dantesche) si fa sempre più coerente, legato con evidenza al sovrapporsi degli strati, i quali, ognuno nel dominio degli specifici decenni, hanno raccontato il mondo (reso agile dall'interfaccia con il suo personalissimo vedere) per come veniva recepito, nulla togliendo alla magia che vibra (di per sé) nella realtàdi base, infaticabile alimentatrice della sua poetica. Giànelle opere degli anni Settanta, ironia e realismo magico aprivano le proprie scansioni estetiche in una ricerca che potrebbe essere definita dinamica, pregna di una insinuante capacitàdi metamorfosi, arricchita pudicamente del marchio della 'dismorfi'a', avvinta dall'iperbole per poi essere sfrondata e resa accettabile nel suo urgente enclave di sogni. Dalle grandi lezioni della pittura russa e del primo Novecento europeo, alle infiltrazioni delle avanguardie storiche, fino allo zoccolo dell'informale e della nuova figurazione, Ernesto Tavernari, con un'attenzione al mondo del design e di quella 'ninfa gentile' che ha per nome 'pubblicitç (nella parafrasi delle parole e musica di Gino Negri), si attorce, s'avvita tra le nubecole vaporose della fantasia, assorbendone
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umon e vapon.
Si potrebbe affermare come la ricerca precedente all' attuale, e che ancora alimenta la sua ultraottuagenaria creatività, sia la proiezione di una perenne fascinazione promossa dal mondo reale, spesso attraverso una trasfigurazione della sfera animale e umana. Cosi' i temi precedenti soggiacciono nell' evidenza di una picassiana materia di base, dilatando la conoscenza del suo espressionismo (similmente all'esemplare tracciato emerso, tra gli anni Sessanta e Settanta, della maestria scultorea di Luciano Minguzzi lungo i suoi appunti d'inchiostri colorati, matite, incisioni e collages), per riversarlo in forma cinematica (se non onirica) nelle pieghe di volti raggiunti dall' essenza del meraviglioso che si trova intorno a noi, ora dai corpi massicci dei tori coinvolti da magnetiche spire di lamine verdastre, o da gioiosi quanto mitologici cavalli confrontati con facies leonine (nell'attualitàriproposte in chiave Iudica), tutti rimarcati dalle chine abbandonate alla suggestiva e prorompente natura del gesto, alla esuberanza dell'appunto, alla proposizione immediata del progetto ideale. Ancora, la riflessione di Ernesto, a partire dal 1970, si pone nella scia di una analisi categoriale insita nei 'fatti' dell' esistenza stessa, di quel 'grande impasto' che dona le multiformi varianti biologiche e spirituali. Una "grande avventurç (cosi' recita un olio di quel periodo: ma le altre indicazioni non sono da meno: "Primo impasto", "Il Messaggero", "La Gran Madre", "Il Gran Filosofo", "Il Gran Patto") questa sua tensione animistica, questa mescolanza magmatica di giacimenti terrestri e celesti, da cui si va rendendo sempre più limpido, tempo dopo tempo, il dettato pittorico (sostenuto, negli anni cadenzati dal lavoro, dalle sequenze critiche di Giuseppe Mazzariol, Luciano Budigna, Garibaldo Marussi, Renato Civello, Curzia Ferrari, Franco Passoni, Alberico Sala), per affrancarsi dai tracciati chagalliani (o da quelli prossimi alla scenografia di Ensor) e per determinare il suo zoo-antropomorfo eclettismo visivo e simbolico.
A questo si sovrappongono i moduli urbani disciolti in spirituali scene della quoti-dianitàindustriale dove, a scompaginare l'architettura, intervengono ampie masse di colore. Esse s'infiltrano nel manto denso delle cupole, tra le feritoie, oltre le cuspidi dei campanili; si aggettano sotto i pontili sommersi dalla luce lunare, mulinano nei gorghi delle piazze, dilavano nel reticolo delle lagune tralasciando certe grammature ironiche presenti in precedenti linguaggi (popolati da oggetti fantastici, favolistici, arricchiti da modellini di autovetture, figurine, oggetti vaganti, tutti immersi in sabbiose superfici), per restituirei uno scenario linguistico e creativo coerente, ove ogni elemento possa essere assorbito dal magma del cosmo in trasformazione (in antitesi di ogni bergsoniana e ineludibile aggressione dell'intelletto), pronto ad essere ulteriore momento di germinazione, frantume di un futuro giàpresente in questa aerea tessitura pittorica ricca di speranza e di grazia fabulatoria.